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“Papy…sei sveglio?” chiedo a mio marito. Mi risponde subito, segno evidente che è sveglio da un pezzo. Non chiedo altro perchè non ho voglia di parlare e lui pure. Si continua ad aspettare con impazienza, il trillo della sveglia del cellulare.

Il museo dell’Olocausto. Assolutamente da vedere, con appese alle pareti le foto dei morti viventi o dei cumuli di cadaveri, i reperti nelle bacheche, gli ossari, la ricostruzione dei forni crematori, le lapidi a ricordo di 1.300.000 bambini sterminati, un quadro che raffigura Anna Frank.

Tutto questo fa venire la pelle d’oca e dona un impulso di solidarietà verso questo popolo ghettizzato, perseguitato, alla ricerca della terra promessa.


La  zona del monte Sion dove c’è la chiesa sul luogo dove si dice (ecco la potenza della fede…credere fermamente a quel che  si dice) sia morta Maria, madre di Gesù.
Questa zona è oggetto anche di storie riguardanti l’ Ultima Cena, il Cenacolo. Da qui si arriva alla tomba di Re David.

Ci spostiamo nei posti biblici della West Bank (i territori palestinesi o Cisgiordania) e per farlo passiamo un posto di blocco gestito dai militari e dalla bandiera palestinese. Faccio molta confusione, fatico a capire la situazione politica. C’è tensione, malcontento, allerta.

Inoltre il muro di sicurezza eretto, a isolare la Cisgiordania (una parete di cemento armato con in cima il filo spinato, lungo più di 400 chilometri, e alto nella parte bassa 12 metri fino ad arrivare a 16), che già a Gerusalemme è visibilissimo, è un’esempio raccapricciante.


Sembra un’enorme crosta di una ferita che non vuole rimarginarsi.


Anche se….anche se….gli argini, sono sempre due.
La ragione e il torto non sono mai da una parte sola.

A Betlemme, io credevo di trovare una grotta e invece ci trovo una basilica affollata da pellegrini provenienti dalla Russia e un prete ortodosso che dirige il “traffico”. Il ragazzo che ci guida e che parla italiano, ci racconta le dispute fra armeni, greci ortodossi e francescani . Ognuno di loro ha un’entrata personale in questa chiesa, oggi quella francescana è chiusa. Riesco a malapena a vedere la stella a 14 punte messa sul punto esatto dove nacque Gesù. Il prete ha fretta, spinge la gente a uscire, a fare veloce…



Veloce? Ma mica sono in coda per il tram…ho il nodo in gola.
Cavolo, finalmente sono nei posti che ho visto negli innumerevoli e tanto amati film sulla vita di Cristo e…non riconosco niente, cerco di chiudere gli occhi e usare tutta la fantasia possibile, emerge qualcosa, ma niente è riconoscibile.
Chiese, ori, drappi…coprono la grotta e la mangiatoia. Esco, presa da un assalto di claustrofobia.
Il ragazzo che parla italiano ci dice che Betlemme vive solo sul turismo, se questo manca, si muore di fame. Per fortuna si aiutano a vicenda. Sono ospitali e gentili, io ho mal di stomaco (se non mi è venuta l’ulcera in questo viaggio, non mi verrà più) e lui mi offre una tisana alla salvia che mi ha fatto stare meglio. Ci porta dove costruiscono croci e statuine della Natività con il legno degli ulivi. (Ne acquisto volentieri qualcuna)





Gerico, considerata la più antica città abitata della terra. E’ stato bello arrivare fin qua, fra colori diversi e beduini con cammelli al seguito.

Gerico dalle fragili mura, le intravedo sotto di noi, fra alcuni scavi, dalla teleferica che ci porta sul monte della tentazione, dove Gesù, resistette al diavolo e alla fame dopo 40 giorni passati nel deserto. Parecchi gradini per arrivare in cima dove ci aspetta un monastero greco-ortodosso.



Finalmente vedo uno spiraglio di luce sotto la porta, sta arrivando l’alba, tra poco suonerà la sveglia. Le valigie sono già pronte. Speriamo che quel benedetto taxista abbia capito.
Penso ai risvegli di Gerusalemme, dovuti ad un gallo che non si capisce dove possa essere e cosa ci faccia nel centro di quest’enorme città. Iniziava verso le 4 a cantare e non la smetteva più. Mio marito lo avrebbe ucciso volentieri, a me fa pensare a Gesù e al suo: prima che il gallo abbia cantato 2 volte tu mi rinnegherai tre volte…e sorrido.

Oggi Monzer ci porta in Galilea e sulle alture del  Golan. Non c’è mai stato (abbiamo fatto da apripista anche qui, quasi quasi, sia lui che Walid, dovrebbero pagare noi, non essere pagati, visto l’esperienza nuova che si sono fatti…cavolo!) 
Ora è adrenalina pura.
Fuori Gerusalemme, sono obbligatorie le cinture di sicurezza anche per i passeggeri dietro. I controlli sono parecchi. Torniamo nella West Bank, e saliamo verso nord.



Il tragitto viene affidato ad un navigatore che fa quel che può, e ad un vecchio amico taxista che fa il resto seguendoci al telefono.
Lungo la strada, coltivazioni di mais e autentiche serre, emergono dall’ocra di questa terra arida.
Un giardino, un giardino nel deserto. Qui, al contrario del Libano, i cervelli non sono fuggiti, ma sono rientrati…ingegnandosi in impianti di irrigazioni a tempo, che infoltiscono addirittura enormi piantagioni di palme. E i fiori.
Vaste fattorie (i kibuz) assemblano lavoratori per alimentare il verde nel deserto. Qui si dice che viva il vero spirito dell’egualitarismo e della proprietà comune.
Costeggiamo il confine con la Giordania, quante telecamere e chilometri di filo spinato elettrico ci sono!!!
A me, tutto questo, sembra un film…un film di guerra.
Ad ogni area c’è un controllo severissimo. Ci è capitato di vedere far scendere un uomo dall’auto che, ammanettato con le braccia a croce, ci è passato davanti, fra due soldatesse.

Le donne, non finiranno mai di stupirmi, nel bene e nel male.

Arrivati a Beit She’an, la strada si divide in due, quella di sinistra porta a Nazareth, quella di destra  arriva al mare di Galilea. Deviamo a destra e dopo circa 1 ora, avvistiamo il lago di Tiberiade. Decidiamo di fermarci qui al ritorno e proseguiamo per le alture del Golan.



Una unica strada ripida, con tornanti, la strada 98.

Arriviamo in cima, intravediamo le montagne innevate della Siria. La natura è meravigliosa, accomuna gli stati in guerra regalando loro colori stupendi. Se solo potesse dare loro anche la pace.



Siamo solo noi. Quassù regna un’armonia naturale che fa respirare aria buona.
Sembra un controsenso lo so, perché qui, non puoi scendere dall’auto. La zona ai lati della strada è disseminata di mine inesplose con tanto di cartello giallo che le indica e l’ormai amico filo spinato elettrico. Qui si è combattuto violentemente e sembra che ancora non sia finita. Vediamo fortini siriani distrutti e resti di carri armati, qualche casa disabitata con mucche al pascolo. Mi chiedo cosa succede se inciampano in una mina. Carne da macello…come i soldati che qui sono morti e che vengono ricordati nei tanti monumenti ai caduti costruiti da Israele.


Ogni tanto un rallentamento voluto e costruito con cumuli di pietra a formare una curva con uno stretto passaggio. E da lassù, c’è sempre qualcuno che osserva. Mio marito deve assolutamente guardare e fotografare un carro armato da vicino e ci fa pure pipì là dietro. Non si accorge di avere alle spalle i soldati in cima a una torretta che sorvegliano. Io e Monzer, in quel momento, mentre lo aspettiamo sull’auto, abbiamo il cuore in gola. E’ che non sai come possano reagire, si sa solo che è vietato scendere e fotografare. Ma come dire no a un marito che è elettrizzato? Per lui, toccare con mano la storia attuale è esaltante e io lo capisco.


C’è un punto in cui in lontananza si vede Quneitra, la città fantasma dove vivono solo macerie e che ormai è impossibile visitare se non richiedendo speciali permessi in loco. Il loco naturalmente è la Siria. Qui siamo vicinissimi.

Il Golan delimita un confine più volte ridefinito.

Percorriamo la strada fino alla fine, fin dove muore, persino Monzer è meravigliato da queste alture.
Lui vorrebbe addirittura proseguire, ma arrivati a Mas’ada (una comunità di Drusi, dove le donne portano candidi fazzoletti in testa a mò di velo) alcune persone ci dicono che da lì in avanti non si può andare. Tentiamo un’altrenativa per rientrare, prendendo più volte diramazioni , ma sono solo strade militari. Dobbiamo semplicemente tonare indietro sui passi già fatti. Come Walid, Monzer ci prega di non fare più foto.



Abbiamo apprezzato anche la quiete del Monte delle Beatitudini, sul lago di Tiberiade, ci siamo fermati a Tabgha (dove avvenne la moltiplicazione dei pani e dei pesci), a Cafarnao (dove c’è la casa di Pietro il pescatore…tu sei Pietro e su questa pietra…) poi Kana (l’acqua che diventa vino in occasione di un banchetto di nozze) e infine Nazaret (dove si trovava la casa di Maria e la bottega di Giuseppe)
Tutti questi luoghi che hanno visto la crescita e i miracoli di Gesù, sono abbastanza deludenti.
Abbiamo visto ovunque basiliche, chiese e sinagoghe. Alcune belle, altre meno, ma non specchiano quello che credevo di trovare. Ora lo so


E’ il nostro ultimo giorno in questo “doppio” stato Israele-Palestina e il nostro ormai amico Monzer ci vuole fare visitare anche una moschea, quella di Akko.
Akko è una città in pietra, conservata benissimo, sulla costa settentrionale a pochi chilometri dal Libano.
Saliamo su una barca e facciamo il giro delle mura respirando il mare.



Ceniamo e silenziosamente torniamo passando da Tel Aviv. Un giro splendido. Un’autostrada super, sembra di essere in un qualsiasi stato europeo…anzi, meglio, se non fosse per i cartelli scritti in ebraico. Chiedo al nostro autista se lui conosce questi caratteri e ci risponde che li sa leggere, ma non scrivere. Comunque quasi tutto è scritto anche in inglese. Cerchiamo di tenerlo sveglio, è stanchissimo.



La sveglia, suona, evviva….finalmente posso alzarmi, sistemare le ultime cose e andare a vedere se il taxi si è ricordato di venirci a prendere.
Mio marito si alza subito anche lui, ci guardiamo…che stanchezza!!! Casina, voglio tornare a casina e voglio il mio computer. Qui ad Aqaba il pc parlava solo arabo, che disastro.
Mentre mi preparo, parlo, parlo…ricordi papà per uscire da Israele?

   
In uscita, le macchine da Gerusalemme possono arrivare fino in frontiera, al contrario di quando si entra, ma…prima sono sottoposte al controllo con gli specchi sotto l’auto. Vengono ispezionate centimetro per centimetro insieme ai passaporti. Si percorre circa 1 chilometro e qui bisogna armarsi di pazienza. Passa solo un’auto alla volta e solo dopo che quella precedente ha finito la procedura. Arriva il nostro turno, scarichiamo i bagagli e Monzer ha pochi minuti per tornare indietro. Noi non possiamo più toccare le nostre valigie. Vengono messe su un carrello e lasciate lì.
Le tengo d’occhio preoccupata, ma ci fanno entrare in una sala, dobbiamo pagare la tassa d’uscita. Accipicchia, l’entrata era gratis, ma per uscire vogliono 174 dollari in due. E controllano, controllano. Ci indicano una porta. Ci aspetta un autobus. Vedo i bagagli, cerco di toccarli, ma vengo allontanata, li posso solo indicare. Ce li caricano sul bus, piove. Saliamo anche noi, ci contano, e finalmente si parte (sono passate 2 ore). Tutto questo è avvenuto in un luogo coperto dai monti dove il filo spinato regna sovrano. Passiamo il ponte sul Giordano e il bus si ferma. Indovinate? Per distribuire i fogli di immigrazione da compilare. Non avanziamo per più di 3 metri che salgono 2 poliziotti giordani. Ritirano i passaporti e rimangono con noi fino alla frontiera. Qui scende l’uomo con i nostri documenti e noi dobbiamo aspettare che ne salga un altro a riscuotere la corsa.
Finalmente approdiamo, tocco la mia valigia, la metto sul rullo, e vado a ritirare il mio passaporto. Uff!!! Almeno non paghiamo nulla.

Là in lontananza c’è Walid che aspetta.
Finalmente ci riposeremo. Ci aspetta Aqaba, il mare e una bella tempesta di sabbia per arrivarci.




Il taxi c’è ed è in anticipo.
Tutti dormono ancora in questo piccolo villaggio che ora ha anche la piscina e che ci vede per la seconda volta.




Mentre percorriamo i quasi 30 chilometri che ci separano dall’aeroporto, rifetto e tiro le somme:
abbiamo percorso più di 2.700 km in auto e non so quanti a piedi, abbiamo scattato più di 1.400 foto, ho riempito 180 minuti di casette con filmati…abbiamo attraversato per 11 volte i confini  fra Giordania, Siria, Libano, Israele,  abbiamo dormito in 8 posti diversi, abbiamo mangiato un tot di hummus e pollo, abbiamo raccolto numeri di telefono e contatti vari, abbiamo vissuto un’esperienza unica.

Ora sono tornata, spero di non avervi annoiato



 
 

Fine





 

…Segue Siria, Libano, Israele 7° parte

Pubblicato: 14 giugno 2009 in Viaggi

Come sono stanca! Anche qui ad Aqaba, dove siamo venuti a riposare, il vento non ci ha mai abbandonato. Qui davanti abbiamo una fetta di Mar Rosso con una barriera corallina intatta, quasi a riva, ma i brividi di freddo non mi hanno dato modo di goderla…

Se penso che quando siamo arrivati il termometro segnava 41° contro i 15 di Gerusalemme!


Gerusalemme, città santa, in terra santa.
Cosa posso dire senza cadere nello scontato?

Posso dirvi che ne abbiamo subito visitato il cuore  nel primo pomeriggio che siamo arrivati.
Colmi di fatica, ci siamo fermati ad ammirarne il panorama dal monte degli ulivi (quasi un enorme cimitero), mentre un bambino ci urla dietro “ italiani uguale a israeliani”, solo perché chiede più soldi di quel che  non siamo obbligati a dargli in cambio di un rametto di ulivo strappato.



Oppure posso raccontare della scarpa che mio marito si è preso in testa poco dopo da un altro gruppo di ragazzotti presso l’orto di Jetsemani e la Basilica delle Nazioni.




Insistenti, vogliono farti da guida, chiediamo loro un po’ di silenzio per goderci la pace e l’emozione di quel luogo. In cambio riceviamo offese.

Comincia così l’impatto con Gerusalemme, con Monzer che sembra offeso anche lui dal nostro atteggiamento poco generoso.

Ci mette nelle mani di un suo amico per visitare la città vecchia.
Questo, vedendoci smarriti e confusi, prima ci porta nel suo negozio dove rifiuto categoricamente di acquistare collanine varie, poi ci offre un tè e ci chiede 180 dollari (150 scontati) per guidarci 1 ora lungo la via Dolorosa, la strada che percorse Gesù verso il calvario e che finisce nella basilica del Santo Sepolcro.


Non sappiamo che fare, abbiamo sulle spalle quasi 12 ore di stanchezza…Saliamo scale, percorriamo stradine, scendiamo in grotte, guardiamo le varie stazioni della via crucis ed entriamo nella Basilica. Siamo disorientati da quanto è grande, da quante cose racchiude, da quanti pellegrini di ogni nazionalità e religione ci sono. Davanti al luogo della crocifissione, il Golgota, mi commuovo, anzi, piango proprio. E’ una forte emozione, al di là del credo, della fede, della religione.




Questo arabo furbetto ci prova a far passare il tempo, ma esattamente dopo 1 ora, lo liquidiamo, senza neanche dargli modo di telefonare al suo amico. Che nervi, ci ha fottuto 150 dollari.

Rimaniamo soli e ci perdiamo in un labirinto di voci, di diversità, di  déjà vu. Sembra quasi di essere a Damasco, con la differenza che in Siria nessuno ti rompeva le scatole.
Qui è un bordello. Siamo nel quariere arabo.



Cerchiamo di orizzontarci, troviamo il muro del pianto, mentre tentiamo di coprirci il più possibile dalle folate gelide che arrivano improvvise.
Osserviamo gli ebrei ortodossi, con i loro abiti neri e i cappelli alti, con i lunghi riccioli laterali che cadono davanti al viso, esattamente uguali alle foto sui libri di storia.



Attraversiamo, senza quasi saperlo, il quartiere armeno, quello cristiano, quello ebraico. La differenza è lampante. Il quartiere ebraico è silenzioso, pulito. Vediamo un uomo arrivare e gli chiediamo la strada per raggiungere la porta di Damasco, dalla quale siamo entrati. (nella città vecchia ci sono 8 porte da cui entrare)



Ha la papalina in testa, non ci sa aiutare, eppure abita qui. Chiede ad una donna. Idem. Ho un po’ di timore, è quasi buio ed è un po’ che giriamo in tondo. Lui ci consiglia di chiedere ai militari e ci dice di non fidarci ad attraversare il quartiere arabo. Lui è armato ed ha paura ad inoltrarcisi…poi ci pensa e sorridendo dice: “ma io sono ebreo”.
I militari sono ovunque, sono tanti, giovani ragazzi e ragazze. Gli uomini hanno l’obbligo di fare il servizio militare per 3 anni, le donne quasi 2.
Li abbiamo visti, in divisa, armi in mano, scambiarsi messaggi col cellulare, sorridendosi dolcemente. Ma sanno anche essere duri. Ci indicano l’uscita freddamente.



Mio marito, uomo consapevole, per fortuna aveva memorizzato la via e la zona del nostro hotel. Ci arriviamo alle 21,30, sfiniti.
Il portiere ci porge un biglietto dicendoci che dobbiamo telefonare al nostro autista. Non ci pensiamo nemmeno. Che venga domattina, che ne parliamo. Decidiamo che l’indomani proseguiremo il viaggio in pulman e manderemo a quel paese Monzer.

Il mio inglese è scolastico, per fortuna che ho un piccolo vocabolario dietro. Le ultime ore che mi separano dalla prima colazione, le passo a rimuginare su cosa dire a quell’uomo.

Lui però ci sorprende. Arriva presto, barba incolta, si scusa, ci dice che non ha dormito, e che ha parlato con quello che credeva suo amico. Ci rende 50 dollari e, per farsi perdonare, ci dice che oggi ci porterà  a Betlemme, ci affiancherà una guida parlante italiano senza spendere nulla.
Cerchiamo di chiarirci, gli dico che noi siamo gente che in Italia lavora e che siamo qui non per comprare souvenir o per buttare via il denaro, ma per visitare e rispettare la sua terra. Non ci piace essere raggirati e usati come salvadanai rotti. Se vuole continuare il viaggio con noi deve attenersi a questo nostro modo di essere, altrimenti che si ritenga libero.

Ok…pace fatta, in fondo mi sembra una brava persona, di sicuro è un driver eccezionale, superiore a Walid.
Ci racconterà l’ultimo giorno di avere 34 anni e 4 figli da mantenere. E’ palestinese, come S.Giorgio che uccise il drago, solo che lui è musulmano e risparmia per andare alla mecca.

…continua



Il letto, “il mio letto mi manca”, penso mentre mi giro piano e l’inadeguato lenzuolo mi segue.  Tocco infastidita il materasso. Credo che ormai manchi poco all’alba.  In questa notte di ritorno, che urge la luce per poter ripartire, gli occhi sono chiusi per poter rivedere.

Alle 6 del mattino partiamo dopo aver bevuto un caffè veloce. Il caffè turco, scuro, melmoso, buono.
Quando saliamo in auto noto un abito scuro appeso, che Walid, imbarazzato, toglie. ”Oh, oh, ieri sera hai fatto bagordi, sei andato al night”. Lui dice che era sua intenzione andarci, ma che infine si è addormentato. Vabbè…si scherza un po’ per sdrammatizzare l’ansia che mi accompagna.

Oggi è il giorno delle frontiere.

Il mio saluto a questa terra è una speranza rivolta ad un cartello che dice: Suis belle et vote

Alle 7,15 siamo al confine libanese. In 10 minuti ci sbrighiamo.

Cambiamo le ultime lire libanesi (LL) rimaste in Sirian pound (S£) da un ragazzo per strada.



Da qui contiamo circa 6 km al confine siriano e altri 150 alla frontiera giordana.

Alle 7,30 siamo in Siria dove rifacciamo il visto (in transit) , ricompiliamo la cartolina di immigrazione (siamo in transito a che pro? Non sentono ragioni…compilare please!)



Ore 7,45 controllo auto e documenti dell’autista. Percorriamo 3 metri e un altro stop per il controllo bagagli. Tremo al pensiero di una nuova perquisizione. Veniamo graziati. Ci fanno passare.
E’ freddo, tanto freddo. Il paesaggio quasi lunare. Di nuovo la Siria.



Piccola sosta per una colazione araba a base di pizze bianche con olio e semi vari, tè e caffè e si continua ad andare. Sono le 9 del mattino.



Alle 9,45 siamo al limite del territorio. Non dovremmo pagare nessuna tassa di uscita, invece sborsiamo a testa 500 S£ (sono solo circa 8 euro, ma sono rubati)
Incredibile, c’è un duty free. Vedo gente uscire con zaini pieni di sigarette che scompongono e imboscano nei vari anfratti delle auto. Walid fa uguale, 3 pacchetti davanti, 5 nel baule, 2 addosso…ecc… Le Camel per esempio costano 10 dollari a stecca. Ha anche un sacchetto misterioso. Mio marito sa cosa contiene. Una bottiglia di liquore. Walid è musulmano…quindi?

Ancora qualche controllo passaporto attraverso il finestrino dell’auto, e, 500 metri avanti, ci aspettano i soldati della Giordania.

Sono le 10,45 e siamo in zona tranquilla. Gli 86 km che ci dividono da Amman vengono percorsi lentamente, con Walid continuamente al telefono. Ormai ci sembra di capire anche l’arabo. Di sicuro le sue telefonate sono piene di entusiasmo per il viaggio fatto. Non fa che ripetere Libano (Libanon), Beirut, Siria, (Suria) ride….entusiasmato. Ora.

La Giordania, visitata per intero l’anno scorso, ci accoglie con i suoi colori caldi e la sua terra arida. Capisco l’ entusiamo del nostro uomo, per le verdi e fiorite vallate del Libano.

Ci spiega i dettagli per passare i controlli alla frontiera israeliana. Mi prende un po’ di panico, come, gli dico…tu non vieni con noi?
Ci spiega che è impossibile per lui venire di là, non potrebbe più portare turisti negli altri paesi se gli timbrano il passaporto. Inoltre ha appena avuto l’ok, dopo una lunga e problematica trafila, per ottenere il visto per andare negli Stati Uniti dove vive la figlia. Non vuole problemi.
Ci spiega che oltre il check point numero 124 ci aspetta Monzer, un suo amico al quale ci affida. Scrivo numero di targa e cellulare.

Sono le 12.30

L’ Allenby King Hussein Bridge è un ponte sul fiume Giordano ed è confine. Passeremo da qui.



Siamo ancora dalla parte giordana e già ci ritirano i passaporti per darli ad un conducente di un bus.
I bagagli, controllati seguendo la procedura aeroportuale, ci vengono ridati. Aspettiamo, soli, in una piccola sala.



Passano circa 45 minuti e arriva un folto gruppo di persone del Sud Africa. Per fortuna, altrimenti il pulmino vuoto non parte.
Finalmente alle 13.15 si sale sull’autobus e qui ci viene ridato il passaporto.




Eccola lì, con le sue bandiere bianche e la stella di david azzurra, ecco la terra promessa, ecco la lezione di storia attuale.


Le misure di sicurezza sono impeccabili, controllo bagagli, ritiro passaporti per applicare il ticket delle valigie, controllo personale, impronte digitali e foto, ci schedano, ci chiedono dove andiamo e dove pernotteremo. Non lo sappiamo, di solito cerchiamo l’albergo al momento, ci fanno aspettare…tensione…sui nostri documenti appaiono un sacco di timbri dei paesi nemici compreso lo Yemen, e alcuni sono freschi di giornata….
La giovane e carina ragazza che ci controlla, ci chiede se vogliamo il timbro sul passaporto o fuori.  Gli rispondiamo che non è un problema. Questione di secondi, e un po’ mi pento, ma ormai è andata così. Timbro sul passaporto, non potremo più viaggiare nei paesi arabi ad esclusione di Giordania ed Egitto. In fondo sono stanca…
Sono le 14.20 e abbiamo anche saltato il pranzo…

Non ci fanno pagare l’ingresso nello stato, ritiriamo i bagagli e…cerchiamo un taxi che ci porti al checkpoint 124. Il taxi dice che dobbiamo prendere il pulmino (75 NIS circa 14 euro).
Scopriamo poi che questo è l’importo che si paga fino a Gerusalemme, mentre noi dobbiamo fare solo 2 km. In questo caso il taxista non ha voluto muoversi.



Esperienza maestra di vita…


Sono abbastanza spossata, non so cosa mi aspetta, i nervi sono all’esasperazione.
E il vento continua a soffiare.

…continua…




 


…Segue Siria e Libano 5° parte

Pubblicato: 6 giugno 2009 in Viaggi

I cani, come tutte le notti, arriva il loro latrare. Qui vicino c’è un branco. Ogni tanto si azzuffano, anche con violenza. Torno alla realtà di questa stanza e ascolto il respiro di mio marito. Sembra che dorma. Cerco di muovermi piano, non voglio disturbarlo, ma questa posizione mi ha anchilosato un braccio. Sento che anche lui si muove, mi avvicino e allungo un piede per stabilire il nostro solito contatto. Significa sono qui, dormi tranquillo, sono qui.

Alla partenza non riuscivo ad immaginare come poteva essere il passaggio delle frontiere via terra. In questa avventura ne abbiamo attraversato 4. Quante carte di immigrazione abbiamo compilato?  Quante volte ho scritto il nome di mio padre e di mia madre? Quante volte mi sono chiesta se dovevo scrivere che mio padre è morto? Ho perso il conto.
Nella mia testa cerco di ristabilire l’ordine in progressione.

Hama dista 2 ore dal  Libano, comprese le formalità di frontiera.

Partiamo alle 9 e alle 10.20 siamo sul “border” siriano in uscita. Mi metto quasi a piangere quando quei due soldati frugano nelle nostre valigie. Le loro mani spaziano ovunque. Sembrano mani enormi per me che guardo dal finestrino trattenendo le lacrime. Le mie mutande…sono lì alla loro mercè. Trovano la maschera subacquea di Nerio, se la provano, ridono…siamo impotenti.

La tassa di uscita è di S£ 1500 in due (circa 22 euro)
Walid dice che questo passaggio è “very strong” e che il suo cuore batteva molto forte fino a che non siamo passati. Anche il mio, pur non avendo nulla da temere o da nascondere.

Walid ha passaporto giordano ed è di origini palestinesi. La sua auto è targata Jordan. In Siria e in Libano, il popolo giordano non è ben visto poiché tacciato di essere amico degli israeliani. Se vogliamo entrare in Israele, possiamo farlo solo dalla Giordania o dall’Egitto. Inoltre se hai sul passaporto il timbro di Israele, non puoi entrare né in Siria, né in Libano. Ecco perché abbiamo prenotato il volo su Amman.

Siamo liberi dai militari siriani, ma dobbiamo subire un altro controllo, quello libanese, e poi percorrere circa 20 km per arrivare alla frontiera vera e propria. Qui non si paga la tassa di entrata e in 10 minuti sbrighiamo tutte le formalità, ovvero passiamo altri 3 checkpoint. Guardano sopratutto i visti sul passaporto, cercano quello di Israele.
I soldati del Libano sono gentili e molto carini, gli occhi azzurri prevalgono, sorridono, mentre si rivolgono a noi in francese.

Ci siamo, siamo in questa terra bellissima, dove esiste una primavera dai colori talmente forti da  colpire al cuore, come tutti quei papaveri carnosi e rossi che fanno risuonare nella mia testa la canzone di De Andrè – La guerra di Piero-
Ci sta, eccome se ci sta…blocco Walid per fotografarli. Ne sono ipnotizzata, così come sono incantata dai fiori che sono ovunque.

Siamo entrati attraverso la Valle della Bekaa, un paesaggio montano con la neve che incornicia di bianco l’orizzonte. L’aria è fredda, un vento impetuoso spesso visita gli alberi che ci sfrecciano davanti. Sono piegati quasi fino a terra. Tutto è verde.



Ci appare una bella ragazza, minigonna e tacchi a spillo. Sono sorpresa, penso sia una turista. Walid, che non disdegna le belle ragazze, ci dice che è una ragazza del posto.
La precarietà, ecco la sensazione primaria che mi sussurra questo popolo, insieme alla sua terra che urla, straziata e dice: oggi, perchè domani chissà.
Case nuovissime e belle contrastano con vecchie costruzioni piene di fori di proiettili. Porche e bolidi simili sfrecciano rombanti per le strade. Sono confusa, poi ricordo quanto ho letto nella Lonely Planet sulla fuga dei cervelli. I ragazzi che studiano se ne vanno a lavorare altrove, qui non esiste la possibilità di guadagnare come negli stati ricchi del Golfo o in America o nel Canada o in Europa.
Qui si torna solo per fare vacanza, costruire la casa, comprare l’auto. Qui è un’enorme duty free…non si pagano tasse, inoltre la paura che causano i continui scontri fra Israele e Hezbollah, contribuisce ad aumentare la voglia di “vivere” e così nascono night club come funghi.

Ma non esistono cartelli. A nord ci perdiamo, nessuna indicazione per Baalbek, nemmeno in arabo. Chi abita qui sa dove andare, gli altri…gli altri? Si devono “arrangiare” come abbiamo fatto noi, si chiede ogni 2 km se la strada è quella giusta, perché è faticoso fidarsi delle informazioni dei passanti, già diverse volte ci hanno deviato. Le strade sono contorte, un continuo saliscendi a ridosso delle abitazioni.



Gigantografie del leader degli Hezbollah (che significa “Partito di Dio”) osservano da ogni angolo di strada. A volte la sagoma di Hassan Nasrallah ad altezza di uomo fa quasi impressione.





Ma Walid è bravo e ci porta nel posto dove è stata trovata la pietra più grande del mondo. E’ un enorme monolite di 15000 tonnellate. Esiste un libro su di essa (Il pianeta degli Dei) dove si vanta l’ipotesi che potesse essere una rampa di lancio per una civiltà aliena anteriore ai Sumeri. E’ stata trovata da un ex sergente dell’esercito che sembra essersi fossilizzato lì davanti. A tutti coloro che arrivano regala una copia del Daily Star datato 12 aprile 2001 dove c’è la sua foto e un articolo sul ritrovamento di questa che qui viene chiamata la “pietra della donna incinta”.



Una veloce visita alle colossali colonne dei templi di Baalbek per sentirsi piccoli piccoli…



Mangiamo per strada degli strani calzoni ripieni, ottimi!



Il nostro driver ogni tanto viene in Libano, ma solo a Beirut.
Di solito ci porta nel luogo stabilito e poi sparisce, tornando al mattino successivo o aspettandoci da qualche parte intanto che visitiamo qualcosa.
Stavolta sembra un bambino in gita, fa le foto alla neve col cellulare mentre guida, viene con noi a visitare la grotta di Jeita, in una vallata dove i polmoni si riempiono di salute, fra cascate e piccole teleferiche. E’ incantato come tutti dalle impressionanti stalattiti che sono nelle caverne (che durante la guerra civile erano usate come depositi per le munizioni), sale sul trenino che scende a portarci in un’altra grotta inferiore che visitiamo con un battello elettrico.
Silenzio e rispetto per queste opere della natura. La macchina fotografica e il cellulare si lasciano in appositi armadietti.
18 dollari a testa spesi bene.



Oddio, il cellulare, ho puntato la sveglia ieri sera? Ma che ora sarà? Quel filo di luce che filtra è il lampioncino del vialetto davanti al bungalow o la prima luce dell’alba? Vorrei guardare l’orologio, ma non vedo niente. L’unico interruttore della stanza è a tre metri dal letto e se mi alzo poi faccio rumore.
Che notte, difficile, ma unica. Sto usando questo tempo infinito con uno sfinimento fisico estenuante, ma un’energia mentale nuova.
Sembra quasi un sogno il percorso in Libano, eppure l’ho visitato veramente.
Visitatori…si, è la definizione più calzante per il nostro viaggiare. Turisti?  E’ solo un sinonimo.


Che paese piccolo che è questo, bastano 3 giorni per percorrerlo tutto. Ora siamo in montagna, fra 1 ora siamo al mare. Dalla neve alla tintarella.

Pernottiamo a Jounieh 21 km a nord di Beirut, un enorme bordello a ridosso dei monti Libano, abbiamo la teleferica alle spalle e il mare davanti. La strada che lo costeggia è  piena di casinò.
Gli eccellenti ristoranti sono forniti di ottimo vino. Incontriamo parecchi arabi del Golfo che arrivano qui in vacanza con le mogli vestite di nero. I prezzi sono medio-alti. Una cena abbondantissima di pesce, verdure e “mezze” varie costa circa 64 $ (le mezze sono gli immancabili antipasti tipici)



L’Hotel Mirage con vista sul Mediterraneo, chiede i soldi anticipati, tanto per non smentire la sensazione di precarietà che aleggia su tutto.



Dobbiamo stare attenti a non pronunciare il nome di Israele o Palestina a voce alta. La guida cartacea di questi paesi è nascosta in fondo alla valigia. Guai a tirarla fuori. Per noi diventa un gioco sostituire questi nomi con il suono “mm”
Walid ci fa ridere quando con fare circospetto ci intima “ssssssss” zitti, se dimentichiamo questa regola.

Lui è un po’ preoccupato, perché sa che vogliamo andare a sud di Beirut dove non è consigliato inoltrarsi.

Domani andremo, stasera si passeggia sul saliscendi di queste strade dissestate.
Guardo alcune donne, vestite di viola, colore che riempie le vetrine,  che camminano su tacchi a spillo come fossero in passerella. Io rischio la storta alla caviglia con le scarpe ginniche.
Passeggiare significa essere presi di mira dai numerosi taxi o pulmini, tutti vogliono darti un passaggio, naturalmente a pagamento. Ormai riconosco le targhe: se sono rosse si tratta di un taxi, verdi sono quelle delle macchine noleggiate, bianche le auto di proprietà.
Dobbiamo difenderci anche dagli spruzzi dei bolidi decappottati che espongono bandierine gialle e verdi : il simbolo dell’appartenenza al “partito di Dio” Hezbollah, un vanto!



Beirut.
Solo il nome mi riempie la bocca. Beirut, mille volte sentito al telegiornale. Beirut bombardata, Beirut e il filo spinato, Beirut e il mare dove gli scogli del piccione sembrano voler fare dimenticare cosa c’è alle spalle.
Beirut e il traffico, Beirut e i manifesti in francese, Beirut e i soldati che non devi mai riprendere, ma che sono dappertutto a tal punto, che non sai dove fotografare. Beirut e l’enorme stazione degli autobus in partenza per gli stati vicini, Beirut e i grattacieli lucidi, nuovi, accanto a scheletri come l’Holiday Inn, eletto a monumento nazionale per non dimenticare. Beirut e l’Hamra Street,  con le case d’epoca coloniale, le divise mimetiche appese ad asciugare, la riedificazione e la distruzione. Beirut e la ex linea verde memore di un passato troppo recente, di an’anarchia che sparava proiettili su qualsiasi cosa si muovesse, tutti contro tutti. La voce di Beirut mi arriva, silenziosa, mi trasmette tutto l’orrore che deve avere visto.



Il Libano, la sua bandiera con l’albero del  Cedro.  Ormai si deve andare nelle riserve per vedere questi albeeri, al di fuori io ne avrò visto due in tutto.

Ci dirigiamo a sud, verso Saida (Sidone). Da qui in giù è zona a rischio. Walid è informato sulla situazione del momento, che dice essere relativamente tranquilla. Riusciamo a vedere con calma il castello del mare, costruito dai crociati, collegato alla terraferma da un ponte di pietra. E’ quasi intatto, suggestivo, bello.
Il sole è caldo, il solito venticello gelido, mi sta snervando.



Ancora più a sud, forza Walid. Con il passaporto sempre in mano, causa i continui posti di blocco, riusciamo ad attraversare il fiume Litani. Il vecchio ponte, distrutto nel 2006 dai bombardamenti israeliani, è stato sostituito con uno mobile. Qui incontriamo soldati Italiani che guardano stupiti noi che li salutiamo dall’auto.
Walid si arrabbia tantissimo con mio marito che tenta di fotografare. Non ci fa mai scendere dall’auto, attraversiamo un intero quartiere iraniano, cercando di essere invisibili. La tensione si fa sentire, mi blocca lo stomaco. All’improvviso vedo un missile, piccolo, su una rampa, rivolto verso Israele. Penso sia un modellino, invece è un Katiuscia, vero. 

Arriviamo a Tiro (Sour in arabo). E’ colma di soldati dell’ UNIFIL e di poster che raffigurano sempre lui, il leader sciita di Hezbollah, fa capolino anche il viso di Khomeini. Passiamo davanti alla sua ex residenza ormai cumulo di macerie.



Tiro è stata inserita nell’elenco dei Siti Patrimonio dell’Umanità per gli straordinari siti romani che racchiude, forse sperando di salvaguardarli dalla distruzione della guerra.
Scendiamo e andiamo soli verso un bancomat che non funziona, per poi arrivare all’ingresso di uno dei tanti scavi romani. Arriva veloce il driver, ci carica. Gli chiediamo di portarci al porto.
Che avventura arrivarci, l’auto quasi si incastrata in un vicolino stretto, Walid è bravo a guidare e riesce a fare manovre incredibili.
Pranziamo affacciati al porto con le piccole barche colorate che ci guardano.



Non possiamo andare oltre, siamo ormai a pochi km dallo stato di Israele, da Tiro in giù è solo pericolo puro, le strade sono chiuse.

Torniamo a  Jounieh cullati dalle note di una radio francese, radio Nostalgie, che a un certo punto ci fa ascoltare Celentano e la sua vecchissima e ormai dimenticata “I wanto to know”
Ogni tanto risuona il bip bip della Toyota che avverte che stiamo superando i 120 km.

Stasera, cerchiamo un punto internet, bisogna salire parecchio, prendiamo un taxi. Facebook funziona e posso comunicare con le mie figlia, ma la tastiera araba e la connessione sono come in Siria.
 

Domattina sveglia alle 5. Dobbiamo affrontare 15 km di salita sui monti Chouf e prendere la strada che porta alla confine con la Siria verso Damasco. La frontiera israeliana chiude alle 16 e noi per quell’ora dobbiamo essere già passati.
Domani usciremo dal Libano, entreremo in Siria, ne usciremo per entrare in Giordania e da qui, attraverso l’Allenby King Hussein Bridge andremo in Israele. Sarà una lunga giornata, meglio andare a letto presto.


… continua


…segue Siria 4° parte

Pubblicato: 2 giugno 2009 in Viaggi

…e i dettagli cominciano già a sbiadire, fatico a mettere in sequenza i movimenti fatti…
Palmira, abbiamo pagato per entrare? Mi sembra di si, in due 7 dollari…continuo a percorrere i pensieri in questa veglia interminabile.


Oh! Il driver siriano, che sgranava continuamente il suo rosario mentre guidava e intanto mangiava semi di girasole.

Gli chiediamo di portarci a Deir Ez-Zur, sulle rive dell’Eufrate. Dista circa 2 ore da Palmira.
Lungo la strada, pozzi di petrolio, qualche caserma dove si vedono piccoli uomini che sparano ad un bersaglio, e… il deserto.
 
Improvvisamente, un arco, una rotonda e siamo arrivati.
Che meraviglia, ecco il posto che cercavo.
Mi riappacifico con la Siria e mi godo la  stanza di uno dei migliori alberghi visti fin ora. Una benedizione, pulito, con il lenzuolo sopra, i letti alti, silenzioso, con un portiere simpatico e non strafottente e una bella vista sul canale della cittadina. C’è persino il bidet. Costa 45 usd a notte, ma ne vale la pena.



Ci lanciamo alla ricerca del mitico fiume, rimembranze scolastiche echeggiano…
Mentre percorriamo il ponte sospeso che lo attraversa, dove alcuni ragazzotti si lanciano dall’alto in tuffi paurosi.
Io, a voce alta grido all’acqua: “Ehi… mi riconosci? Ti ricordi di me, perchè io so di essere già stata qui…”
Nerio se la ride, ormai è abituato alle mie stranezze ed io alle sue.
L’Eufrate è emozionante, è come lo immaginavo, si!
Assaporiamo i colori del sole che si specchia nelle sue acque al tramonto, mentre beviamo un te’ e il mio lui fuma qualcosa che sa di mela in un narghilè ad acqua, la shisha. A contorno ci sono fiori dai colori luminosi e vivissimi.






La serata continua con l’incontro di una donna che, mentre risuona il canto del muezzin, ci vuole invitare a cena a casa sua, invito che naturalmente o scioccamente rifiutiamo, per inoltrarci nel cuore di Deir Ez-Zur.
Il solito già visto e rivisto caos delle città arabe, la cena a base del solito kebab, in un locale dove a un certo punto il cameriere si ritira in un angolo a pregare.
In questa zona si è notati, i visitatori sono pochi, la gente per strada è tanta, una moltitudine di abiti lunghi colorati. Le giovani donne ormai vestono in poche il nero, optano per il marrone chiaro, per il rosa, il blu e addirittura per il jeans (stoffa non pantalone). Nessuno ci infastidisce, anzi, mi sembra di notare una sorta di “rispetto”



Se avessi qui il mio notebook, potrei iniziare a scrivere il racconto, chissà se domani ricorderò tutto quello che ho in testa ora.
Ormai accetto con calma questa notte di pensieri, anzi la accolgo come fosse una pagina da riempire. Cerco di memorizzare.

Certo non dimentico l’uomo dal nome impronunciabile che guida l’auto.
Ad un certo punto gli diciamo: “stop here please”, tiriamo fuori la cartina e gli facciamo vedere un percorso diverso da quello stabilito in partenza.
Non andiamo più ad Aleppo (ci farebbe perdere troppo tempo) inoltre lui ha poca voglia di portarci anche ad Apamea. Ci fa capire che è simile a Palmira, ma meno bella, quindi decidiamo di deviare per Raqqa, Rasafa e poi puntare direttamente ad Hama. A lui conviene, il tratto è più breve, perciò gli chiediamo di fermarsi a Sarouj, un piccolo villaggio lungo il percorso dove si possono vedere le case ad alveare. Siccome i nomi delle città così come sono scritti, sono diversi da quelli pronunciati dagli arabi, chiediamo più volte se ha capito. E’ difficile comunicare con lui, non sa leggere nulla che non sia l’alfabeto arabo, non conosce neanche i numeri. Ma non lo dice, infatti rispondendo con i gesti e nella sua lingua, ci fa capire di aver compreso tutto.
Mi convince e mi rilasso, anche se mi dispiace tralasciare un pezzo di nord ovest siriano.

Costeggiamo per un po’ il grande fiume. Quante donne nei campi (qui c’è acqua e quindi si coltiva) o sedute come regine sul dorso imbottito di paglia di piccoli somarelli. I loro abiti sono splendidi, coloratissimi. Prevale il rosso porpora e l’azzurro.
Le donne che lavorano…non commento oltre.




Giunti a Raqqa, deviamo a sinistra per Rasafa. In questo pezzo di strada non si trova da bere nemmeno un caffè. Solo deserto e qualche piccolo agglomerato di beduini (beduini significa abitanti del deserto)

Improvvisamente appare. Quasi nel centro della Siria, ci sorprende.
Rasafa, un’antica città racchiusa da mura, completamente, e in tutti i sensi, abbandonata a se stessa. Sembra emergere dalla sabbia, quasi a confondersi con essa. Nel silenzio quasi innaturale si respira storia, movimento, vita, si odono gli echi di passi antichi.



Un piccolo chiosco offre riparo per un eventuale picnic (uno dei pochi nomi pronunciati dall’uomo che guida)
Questa piccola struttura è anche l’unico posto che può dare ombra.

Bambini, figli di pastori, hanno già compreso che possono ottenere caramelle, penne, soldi dai soliti turisti rovinamondo.



Qui troviamo altri italiani.
Commovente il canto di un gruppo guidato da un prete che ha detto messa nel centro di quella che era la basilica di questa suggestiva ex città assira.



Ci dirigiamo verso la Valle dell’ Oronte. Calcoliamo circa 3 ore di strada per arrivare ad Hama fermandoci a Sarouj.
Sbagliato perchè il nostro bravo autista non ha capito niente o ha fatto finta di non capire. Il piccolo villaggio dalle case ad alveare rimarrà un desiderio negato. Ci accorgiamo tardi di averlo superato da un pezzo.



Arrviamo ad Hama dopo 2 ore e mezza. Per strada ci aveva chiamato il buon Walid dicendoci che era già lì ad aspettarci. E’ una sorpresa perchè avrebbe dovuto arrivare solo la mattina dopo.
Domani ci aspetta il Libano e sarà lui ad accompagnarci. Domani, il pensiero mi crea un attimo di ansia. Succede così quando non so cosa mi aspetta.

Ora però è ancora oggi. Godiamoci Hama, attraversata al centro dal fiume Oronte, coi suoi giardini, i fiori, gli alberi e le sue norie (enormi ruote idrauliche di legno) che un tempo attingevano acqua dal fiume per aiutare l’irrigazione. Dicono che sono ancora funzionanti, e che il cigolio che emettono è un sottofondo costante alla città. Noi le troviamo ferme, forse perchè non c’è abbastanza acqua.
Nel 1982, in questa città avvenne un massacro. La città vecchia di Hama è stata quasi completamente rasa al suolo dai bombardamenti, ne sopravvive solo una piccola parte.
La cerchiamo, la percorriamo, e qui veniamo avvicinati da un ragazzo molto strano che colleziona foto con turisti sconosciuti. Insiste per scattarci una foto insieme a lui dal suo cellulare.





Indubbiamente Hama di giorno ha un fascino particolare. La notte diventa simile alle altre.
Anche qui, fatichiamo a trovare un internet cafè. In tutta la Siria facebook è bandito, e i punti internet sono imboscatissimi in claustrofobici sotterranei di palazzi o in stanzine ai piani alti.  Difficile trovarli. Qualcuno ci scrive il nome arabo su un biglietto dicendoci di guardare un cartello con questa scritta. Seee!!! Sembra facile! Quando ne troviamo uno, la connessione è lentissima. 1 ora costa 25 S£. (0,40 euro circa)



L’ultima notte siriana. Uno sguardo dall’alto del Tower Hotel per ammirare il paesaggio e scattare alcune foto in notturna.
 

…continua

…segue Siria 3° parte

Pubblicato: 24 maggio 2009 in Viaggi

Vedo la testa di mio marito mentre su un fianco sembra dormire. Ha i capelli corti.

Anche in questo viaggio è riuscito a collezionare il barbiere.

Stavolta ne ha trovato uno molto in gamba a Damasco, un ragazzo molto professionale che oltre a un bel taglio (prima del lavaggio) e ad una bella sbarbata, gli ha pure fatto un massaggio al viso, al collo e alle spalle. 
Una goduria invidiabile alla modica cifra di 600 S£ (circa 9 euro)!

E non è finita lì…, subito dopo si è catapultato in un Ammam (bagno turco) che risale al 1100 d.c.(500 S£). Una struttura meravigliosa, ma per solo uomini, quindi io sono stata relegata, molto gentilmente, in attesa per più di 1 ora, in uno stanzino. Mi hanno acceso la tv, peccato che non capisco l’arabo.

Questa giornata, l’ultima a Damasco, è finita addentando dolci luccicanti di miele ripieni di pistacchi…(una delizia)

Domani ci aspetta Palmira.
La cosa che più mi entusiasma è l’attraversare il deserto per arrivarci.
Sicuramente Palmira è un sito interessante, ma ci andiamo più che altro perchè è una delle attrattive maggiori della Siria ed è quasi  un obbligo morale visitarla, non perchè a noi interessino particolarmente le sue rovine.
Mi chiedo come mai a me piaccia vedere dove non c’è niente piuttosto che visitare dove c’è tanto.

Troviamo più interessante percorrere la strada che porta fin lì, osservare le macchie scure che le nuvole formano sulla sabbia del deserto, e scoprire che quello che sembra un lago in lontananza, altro non è che un miraggio…
Ma tu guarda fin dove si sono spinti i Romani, e con i mezzi che potevano esserci nel I secolo d.c.

C’è un posto di blocco: siamo a 172 km. dall’Iraq
All’orizzonte appare un’oasi, siamo arrivati dopo circa 3 ore di nulla. Finalmente un pò di caldo.



Uffa!!! comincio ad innervosirmi, devo assolutamente dormire, ma più ci penso e più rimango sveglia. Quante domande in testa. Se io avessi studiato archeologia forse apprezzerei con il dovuto rispetto le rovine che incontriamo lungo tutto il percorso di quest’area del Medio Oriente? Certamente, ma io non ho studiato archeologia, quindi, vedo solo la bellezza apparente di questi resti. Mi sto perdendo molto? Non lo so….uffa!!! voglio dormire.
Guardo verso lo spiraglio di circa 2 cm. sotto la porta di questo bungalow, alla ricerca della luce, niente, è notte fonda.

…continua…

…segue Siria 2° parte

Pubblicato: 21 maggio 2009 in Viaggi

Dopo Bosra, ci aspetta Damasco.
Damasco, che dall’alto sembra una larga macchia bianca.

 Lei, con il suo cuore vecchio dalle mura annerite che rivendica il titolo di centro abitato più vecchio del mondo, lei che per “toccarla” devi passare sotto una galleria dal tetto sforacchiato dai proiettili francesi, lei con la sua enorme moschea degli Ommayyadi famosa per ospitare la verde tomba contenente (si dice) la testa di S.Giovanni Battista, venerato anche dai musulmani come profeta, lei con il suo continuo disorientarmi mostrandosi con un labirinto di viuzze imboscate fra le bancarelle del suq, lei già vista in altre città arabe, lei che per fare pipì devo pagare il doppio di quello che pagano gli altri, lei che ha deluso le mie aspettative….lei, non mi ha entusiasmato.
Fa anche freddo, (altra costante di tutto il viaggio) fortuna che ho portato un caldo giubbotto.





Qui Walid ci saluta e ci lascia nelle mani di un autista siriano: “conosce l’inglese?” Certo, sa dire: panorama-foto-picnic.
Rimando a dopo le mie incazzature!


Sento il letto cigolare, rimango immobile nella finzione del sonno. Mio marito si è alzato, anche lui non dorme stanotte. Entrambi simuliamo un respiro finto, forse è preoccupato per la puntualità del taxi che domattina alle 6,30 ci deve accompagnare in aeroporto qui ad Aqaba. Ora sento anche il vento…bene, mi sento meno presa in giro.
Ci provo a ricongiungermi a Morfeo, ma invano. Tornano le immagini del tempo trascorso nei dintorni di Damasco.

Seidnayya e le 4 rampe di scale per salire al suo convento greco-ortodosso dove si respira un’aria buona e dove si incontrano giovani ragazze in gita scolastica. Panni neri stesi nel cortile fanno da cornice a canti e preghiere. Salgo su fino in cima e le campane iniziano a suonare a 10 cm dalle mie orecchie. Fuggo priva di udito




Maalula incastrata in una stretta valle.
Il paesaggio per arrivare a Maalula è arido e montagnoso.
Dobbiamo inoltrarci a piedi, fra gli urletti dell’ennesima multicolore gita scolastica,  lungo una gola simile a quella di Petra. E’ una specie di canyon che si dice sia stato aperto da un fulmine per dare modo a Tecla di fuggire da chi tentava di sposarla.
Tecla aveva ascoltato un discorso sulla verginità da S.Paolo, Tecla voleva rimanere vergine e fu così che potè rifugiarsi in una grotta in fondo a questo passaggio. Dall’alto di questo antro scende una goccia di acqua e tutti i pellegrini stanno con le mani alzate nella speranza di farsi toccare da una di queste…io sono stata presa di rimbalzo. Ho gioito…si!
Oltre la grotta c’è un monastero. Questo è per S.Sergio, un legionario romano martorizzato, qui c’è una chiesa bizantina cupa, dall’atmosfera sublime, una delle cose più belle che ho visto in Siria. (vietato fare foto)



Un brivido di freddo in questo letto e un sorriso…ho l’impressione di aver visitato un contenitore di chiese, basiliche, conventi siti romani, castelli, suq e monasteri a gogò…
Ho la sensazione di aver mangiato per 18 giorni hummus, baba ganuj, kebab, spiedini, pollo, lamb e formaggini….si, sono stanca, ho voglia di verdura fresca che Nerio ha mangiato tutti i giorni, ma io no, non mi sono fidata….il virus intestinale con me è spesso in attesa di una fogliolina verde.

Domani, a quest’ora sarò nel mio letto, nella mia doccia, nella mia casa.
Provo a fare un bilancio, non ci riesco…devo metabolizzare con calma….capire.

…continua…

Bosra….

Pubblicato: 18 maggio 2009 in Viaggi

Aqaba, 10 maggio 2009


All’improvviso sono sveglia, guardo l’ora, è da poco passata la mezzanotte qui in questo letto a tre piazze dove mi perdo, arrotolata in un lenzuolo da branda che dovrebbe servire a coprire due persone e un materasso che è il triplo. Ormai non ci faccio più caso, sono stanca. A casa è l’una di notte, un’ora avanti…cavolo è presto per svegliarsi.
Mio marito dall’altra parte, è scoperto completamente, il suo sacco lenzuolo portato da casa proprio per queste evenienze, è vuoto come il bozzolo di una crisalide.
Mi alzo e vado in bagno, tendo l’orecchio per ascoltare il sibilo del vento che furioso tutte le notti mi ha fatto compagnia, ma non lo sento. Appunto, domani mattina partiamo e torniamo a casa, normale che il tempo si aggiusti. La mia ironia mi fa sorridere anche mentre, seduta sulla tazza del water, osservo, a metà della porta, due grossi scarafaggi dal colorito della terra del deserto bagnata che immobili sperano di essere invisibili…in un’altra occasione sarei scappata, o avrei tentato di scacciarli. Non stanotte…stanotte li osservo rassegnata, sapendo già di non riuscire più a dormire.
La mia mente va a ritroso, cerca di ricordare questi 18 giorni per non dimenticarne i dettagli.

Tutto è incominciato il 23 aprile, siamo partiti da Milano Malpensa dopo aver pranzato a Oleggio (qui ci sarebbe una bella storia da raccontare, ma tralascio perché troppo personale)

Consiglio: mai cambiare valuta in aeroporto…
4 ore di volo e siamo ad Amman in Giordania. Facciamo il visto (purtroppo singolo, il multiplo ci è stato rifiutato) con 10 JD a testa (anche il visto, mai farlo dall’Italia, sarà più comodo, ma sicuramente più costoso)

Prendiamo un taxi e ci facciamo portare al Palace Hotel.
Già l’anno scorso abbiamo pernottato qui. Non si può certo dire che sia una bellezza, ma per una notte va bene, e poi lo abbiamo scelto perché nei vicoli attorno c’è vita, la vita di chi vive qui da sempre ed esce per mangiare nei tavolini lungo la strada un kebab con lo yogurt e i sottaceti. Ci mischiamo agli autoctoni, anche se non passiamo inosservati. Quattro passi e a nanna, dove rinnovo il mio sacco lenzuolo. Quasi sempre negli hotel arabi i letti sono separati e il lenzuolo di sopra non esiste, come non esiste il bidet, anche se per l’igiene intima c’è un utilissimo tubo con un rubinetto a spruzzo.

Si dorme e anche di piombo, questa è una costante di tutto il viaggio ed in qualunque letto si sia finiti, la stanchezza ha sempre avuto il sopravvento, a parte quest’ultima notte.

Continuo a girarmi e rigirarmi nel letto, sperando di riaddormentarmi, ma i pensieri ronzano ed echeggiano, come a volersi ancorare nell’ultimo giorno prima del ritorno.

Com’è che siamo partiti per la Siria da Amman?
Ah..si, al mattino è arrivato il buon Walid, conosciuto l’anno scorso, un buon driver, con una Toyota Camry nuova di pacca, felice di rivederci, ma siamo per lui un business, questo è certo.
Andiamo in un’agenzia di un suo amico e qui inizia la contrattazione. Stabiliamo 150 usd al giorno per auto e autista. Per loro è una fortuna, considerando anche che la benzina costa 0,375 JD al litro (pari a circa 0,35 euro), ma anche per noi è un prezzo accettabile. Provate a fare un tour del genere con un tour operator e fatemi sapere quanto spendete!!




E ora comincia l’avventura dei passaggi di frontiera via terra…allucinanti, a volte facili, a volte angoscianti.

Si esce dalla Giordania, dopo 3 controlli passaporto e si entra in Siria dopo  altri 4 controlli passaporto (nonostante il visto fatto dall’Italia)
Cambiamo un po’ di soldi e naturalmente il cambio non è mai quello ufficiale e mai lo stesso, e mai a nostro favore (conviene fare bancomat e prelevare, ma il problema è trovarli questi bancomat e che funzionino)



E’ venerdì, è festa. Lungo la strada noto alcuni gruppi di persone riuniti sotto gli alberi, fanno il picnic…e quanti tappeti alle finestre.

Ci fermiamo a Bosra, per una visita alla cittadella.





La cosa che più mi colpisce, sono gli occhi azzurri del presidente Siriano che sorride da ogni muro o porta. (la Siria è stata invasa nel 1940 dai Francesi e dalle altre forze alleate che qui hanno piantato un po’ del loro seme)

continua…….



 


I vicoli di Amman

La città vecchia di Damasco

Le rovine di Palmira

Il tramonto sull’Eufrate

Il pastore di Rafasa e le pale di Hama



I papaveri del Libano

La pietra più grande del mondo


Gli scheletri di Beirut

e poi Tiro, Sidone, Gerusalemme, Gerico, Betlemme, Nazareth, le alture del Golan con il suo filo spinato e le sue mine,Kafarnao, Tiberiade, Kana, Akko, le varie frontiere…..e i soldati..e i posti di blocco e gli hezbollah.

Abbiamo percorso più di 2.700 km in auto e non so quanti a piedi, abbiamo scattato più di 1.400 foto, ho riempito 180 minuti di casette con filmati…

Ora devo solo riordinare le idee e metabolizzare il tutto…
pian piano vi racconterò

L’esperienza è stata forte…

a presto…


Un saluto e vado

Pubblicato: 21 aprile 2009 in Viaggi
 
Voglio salutarvi
 
 il 23 aprile giovedì, ore 21 sarò in Giordania ad Amman e pernotterò al Palace Hotel
questa è la prima cosa certa di questo viaggio
La seconda certezza è che rientrerò in Italia il 10 maggio a Milano con volo da Aqaba in Giordania

Cosa farò, come mi muoverò ancora non lo so in concreto
Nella mia testa però un itinerario c’è e spero di poterlo effettuare
posto qui la cartina con segnato in rosso il giro che vorrei fare (è la cartina sulla quale sto lavorando, quella cartacea…un pò pastrocchiata)
(nel caso a qualcuno di voi possa interessare)
 
non informo la Farnesina sui miei spostamenti, informo voi 

 

 

 
Itinerario:

da Amman, usata solo come base aerea, cercheremo di entrare in Siria: Damasco- Maalula-gola del Barada-alture del Golan- Palmira-Lago di Assad (sul fiume Eufrate)- Aleppo-valle dell’Oronte (Hama-Apamea) 
dalla Siria entreremo in Libano : Beirut-Balbek-Biblos-Sidone-Tiro-Cana
dal Libano poi dovemmo entrare nei Territori Palestinesi, ma hanno chiuso le frontiere, quindi non so se rientreremo in Siria o in Giordania per poterci andare, so solo che ci andrò : Nazareth-Lago di Tiberiade-Betlemme-Gerico-Gerusalemme
poi
relax a sud della Giordania in Aqaba, sulle rive del mar rosso, per un meritato riposo di qualche giorno
 
 
Io vado he!!!!
 
Vi terrò informati e se non ci sarà la possibilità, ci sentiremo al mio ritorno
 
Inshallah (se Dio vuole)
 
baci, baci, baci, baci, baci, baci, baci, baci…